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La narrativa di Lobo Antunes: due sguardi critici |
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Lobo Antunes
La seconda giornata di incontri dell'Osservatorio è dedicata a uno dei massimi scrittori portoghesi insieme a José Saramago.
Antonio Lobo Antunes è nato a Lisbona nel 1942, si laurea in medicina specializzandosi in psichiatria. Fra il 1970 e il 1973 è inviato come medico in Angola durante la fase finale del conflitto coloniale portoghese. La traumatica esperienza coloniale in Angola e la pratica psichiatrica segnano profondamente la narrativa di Lobo Antunes, sia da un punto di vista tematico che strutturale. Os cus de Judas (1979), tradotto in italiano nel 1996 con il titolo di In culo al mondo ne è probabilmente l’esempio più celebre e rappresentativo insieme al primo romanzo, Memoria d’elefante, pubblicato dall’autore nello stesso anno. All’interno della numerosa e proteiforme produzione romanzesca di Lobo Antunes (che annovera circa venti romanzi) viene perseguita e proseguita quell’«autognosi» portoghese che Eduardo Lourenço ha definito essere una delle tracce più caratterizzanti della storia della letteratura lusitana. Le contraddizioni della parabola storica portoghese vengono, infatti, instan-cabilmente e chirurgicamente sezionate, provvisoriamente e continuamente ricostruite, schizofrenicamente rinarrate (Le navi, 1997; Il manuale degli inquisitori,1999). Lobo Antunes si pone in modo dissonante all’interno di questa tradizione storico-letteraria, ripercorrendo questa autognosi in senso non solo collettivo ma anche personale, restituendo un passato riattraversato in modo sarcastico e graffiante che sconfessa definitivamente “l’alibi supremo della falsa vita” portoghese (Lo splendore del Portogallo, 2002; Buonasera alle cose di quaggiù, 2007). La lingua, scarna e allucinata, costituisce lo strumento principale di questo intento. L’intenso linguaggio narrativo sembra voler seguire anche gli angoli più remoti dei destini interrotti e degli interdetti lieto fine di personaggi deliranti per cui il labile confine fra senso della realtà e follia è alternativamente oltrepassato sconfinando, spesso, in un flagellante flusso di coscienza (Cosa farò quando tutto brucia?, 2001) Il tortuoso passaggio dalla fine dell’Estado Novo all’affermazione della democrazia è rintracciato nel labile filo dei rapporti umani, sentimentali e familiari, come sintomo di una progressiva ed ineluttabile perdita di referenti umani e politici (L’ordine naturale delle cose, 2001; Esortazione ai coccodrilli, 2005). La difficile rimappatura della storia e della geografia lusitane avviene anche attraverso la ricostruzione sociale e narrativa di una Lisbona che non reca più alcun segno degli antichi fasti ma, piuttosto, i lividi di un triste e discendente denouement storico. (A cura di S. Annavini) |
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R. Francavilla: Cuori di tenebra e filo spinato.
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Roberto Francavilla ci parla di In culo al mondo. Negli anni ’80 Jacinto Prado Coelho provava a definire le coordinate per una mappa della letteratura portoghese intesa come complesso sistema composto da identità nazionale, immaginario collettivo, costruzione e decostruzione dei miti e dialettica fra provincialismo, isolamento geografico e aspirazioni cosmopolite. Secondo il filosofo Eduardo Lourenço la riformulazione delle componenti dell’identità lusitana non può prescindere dalla critica del mito, nella fattispecie quello prodotto da una nazione colonizzatrice che ha trovato nella dimensione marittima le ragioni storiche della sua seppur episodica grandezza. Il discorso elaborato intorno al tema delle scoperte geografiche e del dominio sugli oceani è transitato dal piano della Storia a quello del mito, per essere eternizzato e consegnato all’immaginario collettivo. La letteratura ne ha canonizzato i modi e le narrazioni attraverso un processo che si rinnova costantemente plasmando la sua forma a seconda dei modelli prodotti dalle epoche di cui è riflesso. Di questo mito si “impadronisce” il potere, secondo una strategia programmatica elaborata dal Cinquecento fino al regime di Salazar e a quella sorta di Vietnam dalle proporzioni lusitane che fu la disfatta coloniale in Africa, conclusasi soltanto nel 1974-75. Una riflessione intorno al romanzo di Lobo Antunes (e in particolare In culo al mondo) implica un’indagine sulle ramificazioni di questo discorso, sulle corrispondenze fra cultura e immaginario mitico che si insinuano nella contemporaneità. Lobo Antunes procede con una critica all’epopea del valore portoghese così come la descrivono i manuali scolastici e alla finzione elaborata dalla propaganda a partire dall’immagine di uno spazio significante quale è l’Africa, rappresentata, secondo i modelli della tradizione esotista (paradigma del rapporto fra testo e ideologia coloniale), attraverso la costruzione di un paesaggio in cui la relazione fra territorio mentale e psichico non ammette variazioni significative. Lo stesso avviene per lo spazio temporale (normalmente acronico, se non addirittura a-storico), designato attraverso un’immobilizzazione prossima al tempo del mito. L’oggetto “Africa” si costruisce, nell’immaginario portoghese, secondo le strategie più evidenti dell’esotismo, ovvero frammentazione dello spazio in luoghi-simbolo di facile identificazione, teatralizzazione e sessualizzazione / gerarchizzazione del soggetto dominato (Foucault). Queste premesse ci autorizzano alla lettura postcoloniale di un romanzo quale In culo al mondo e in particolare di un concetto che lo permea e che informa l’interpretazione del mondo in esso descritto: la distanza. Su di esso si appoggia la sovversione dello sguardo e dell’analisi storica da parte del protagonista. Una distanza violenta, forzata, che provoca nella coscienza un meccanismo di straniamento (le patologie dell’addio e della malinconia) e di conseguente sovversione di valori considerati inattaccabili. Nel testo di Lobo Antunes sono gli effetti di questa distanza forzata ad agire sulla relazione fra il soggetto e il Potere, fra il portoghese e il salazarismo nella sua vertente coloniale, impegnata nell’elaborazione di una teoria della persuasione, di una scenografia (la cultura coloniale) fatta di segni e forze dominanti. La conseguenza fatale consiste nella sovversione del processo di alterizzazione (Foucault) attraverso il quale l’occidentale ha relegato l’altro nello spazio del fuori per poter definire il sé “normale”. La guerra coloniale scatena la regressione (violenza e follia) dal monoteismo e dal patriarcato (i criteri di Freud della civilizzazione umana) alla barbarie (il culo del mondo, per l’appunto). E la follia - uno degli effetti psichici dell’incontro coloniale - non è un atomo individuale ma è formata e determinata culturalmente nel soggetto dominato, allegorizzandosi nel segno plurale di una collettività anonima. In questo cammino a ritroso il sé riconosce il proprio processo e i suoi limiti, trascinando nell’annullamento l’intera costruzione (dalle fragili fondamenta) della sua esistenza sociale, culturale e psichica. |
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R. Greco: Che farò quando tutto brucia? Autopsia (o autopsicografia?) del romanzo.
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Riccardo Greco si concentra su Che farò quando tutto brucia?, pubblicato nel 2001. Se, come sostiene Romano Luperini, la fine del postmoderno è stata segnata da eventi catastrofici come l’attentato alle Torri Gemelle e le recenti guerre, il romanzo di António Lobo Antunes Che farò quando tutto brucia? (2001) ben potrebbe collocarsi su questa linea di confine tracciata dalla storia. La scrittura di Lobo Antunes, alla quale non si concede a cuor leggero il diritto di residenza nel “canone” letterario portoghese, rappresenta nella sua ultima fase un’interessante scommessa linguistica e formale ancora difficile da etichettare. Nel romanzo Che farò quando tutto brucia? si assiste ad una sorta di grande falò del romanzo nel quale sfumano anche alcuni valori cardine della cultura lusitana di un tempo, condivisi da molte voci letterarie e da una certa gestione del potere. Lo splendore della città monumentale scompare dalla mappa per essere sostituito dalla decadenza dei quartieri periferici. Principe Real, piazza liberty nel cuore della Lisbona benestante, è adesso crocevia di travestiti e di capoverdiani, figure simboliche che insidiano la stabilità di una cultura sostanzialmente maschilista e a tratti razzista, patrimonio di un “glorioso” passato coloniale. Lo sguardo, lontano dal celebrare la storia, è proiettato verso un “oltre”, letterariamente identificato con l’altro lato del fiume Tago. Là si colloca una sub-esistenza composta da marginalità: da zingari, locali per transessuali, storie di vita quotidiana fra le più inquietanti e intrise di alcolismo, prostituzione, malattia e umiliazioni. António Lobo Antunes traccia sulla cenere del suo immenso falò una storia frantumata, disponendo capitoli anonimi e voci isolate come se smontasse il corpo umano in ogni sua singola parte; come se attraverso l’autopsia si potessero davvero rintracciare le cause scatenanti di tale dispersione. |
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