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Passaporto per il mio corpo

di Heloneida Studart
Milano: Marcos y Marcos 2010

(di Riccardo Greco)

Carmélio, militare dei reparti più violenti e repressivi della polizia brasiliana, conduce una vita apparentemente tranquilla, divisa tra bar, bordelli e il lavoro di torturatore. Il suo orribile operato e la sua meschina quotidianità sono sdoganati da una sorta di passaporto, un’autorizzazione concessa dai suoi superiori, e quindi dal regime brasiliano, che gli permette di impossessarsi del corpo dei “sovversivi” e di sperimentarvi le pratiche più crudeli.

Carmélio, figlio di una madre che lo ha abbandonato precocemente, trova nella compattezza dei codici militari, nell’impunità degli sgherri della dittatura, nonché nella figura del suo capo, il maggiore Fernando, il surrogato di una dimensione familiare rassicurante che la vita non ha potuto offrigli. La violenza che caratterizza la sua esistenza, il maschilismo e l’omofobia che scandiscono i suoi rapporti sociali e il senso di appartenenza alla casta dei “giusti” sono i tasselli portanti di una visione del mondo che ai suoi occhi appare davvero l’unica possibile.

Ma nella banalità del male che scandisce la vita del personaggio di Carmélio l’elemento di disturbo è in agguato: lo si capisce quando la figura della madre, seppur in assenza, inizia a essere ossessiva e ad assumere la fisionomia di ogni donna da lui incontrata. In particolare sarà Dorinha, una ragazza di Fortaleza della quale il poliziotto si innamora (e figura femminile nella quale è facile intravedere l’autrice Heloneida Studart), a incarnare il prototipo di madre così affannosamente ricercato dal protagonista. Non è banale che il nome “Dorinha” richiami la parola portoghese dor, ovvero “dolore”: una sorta di nomen omen che trova il suo sviluppo nella seconda parte della narrazione, scandita non tanto dalle sofferenze inflitte ai sovversivi sotto tortura quanto da quelle patite dallo stesso carnefice nel suo tentativo di purificazione.

È proprio a Fortaleza, capitale dello stato del Ceará e porta d’accesso per il Nordeste brasiliano più arido, il Sertão, che l’ordo mundi di Carmélio inizia a sgretolarsi, minato da un amore irrealizzabile e dal senso di colpa innescato da un omicidio politico che è costretto a compiere. Da Fortaleza Carmélio, Dorinha e altri due compagni di “sventura” partono per un viaggio di redenzione nel Sertão di Padre Cícero, figura di mistico rinnegata dalla Chiesa di Roma ma che incarna perfettamente lo spirito religioso e le contraddizioni socio-culturali del Brasile rurale.

Il romanzo di Heloneida Studart ci ricorda che la dittatura brasiliana non fu meno crudele dell’omologa argentina o cilena, ma soprattutto che il rapporto tra vittima e carnefice può ribaltarsi da un momento all’altro. Basta girare la scacchiera per decidere chi muoverà le pedine nere e per far capire all’altro giocatore che è spacciato.


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Come citare questa pagina: R. Greco, «Recensione a Passaporto per il mio corpo», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 15 febbraio 2011, <http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/Studart_Passaporto.htm>, consultata il...




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