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Carmélio,
militare
dei
reparti
più violenti e repressivi della polizia
brasiliana, conduce una vita apparentemente tranquilla, divisa tra
bar, bordelli e il lavoro di torturatore. Il suo orribile operato e
la sua meschina quotidianità sono sdoganati da una sorta di
passaporto, un’autorizzazione concessa dai suoi superiori, e quindi
dal regime brasiliano, che gli permette di impossessarsi del corpo
dei “sovversivi” e di sperimentarvi le pratiche più
crudeli.
Carmélio,
figlio
di
una madre che lo ha abbandonato precocemente, trova nella
compattezza dei codici militari, nell’impunità degli sgherri
della dittatura, nonché nella figura del suo capo, il maggiore
Fernando, il surrogato di una dimensione familiare rassicurante che
la vita non ha potuto offrigli. La violenza che caratterizza la sua
esistenza, il maschilismo e l’omofobia che scandiscono i suoi
rapporti sociali e il senso di appartenenza alla casta dei “giusti”
sono i tasselli portanti di una visione del mondo che ai suoi occhi
appare davvero l’unica possibile.
Ma
nella
banalità
del male che scandisce la vita del personaggio
di Carmélio l’elemento di disturbo è in agguato: lo
si capisce quando la figura della madre, seppur in assenza, inizia a
essere ossessiva e ad assumere la fisionomia di ogni donna da lui
incontrata. In particolare sarà Dorinha, una ragazza di
Fortaleza della quale il poliziotto si innamora (e figura femminile
nella quale è facile intravedere l’autrice Heloneida
Studart), a incarnare il prototipo di madre così
affannosamente ricercato dal protagonista. Non è banale che il
nome “Dorinha” richiami la parola portoghese dor, ovvero
“dolore”: una sorta di nomen omen che trova il suo
sviluppo nella seconda parte della narrazione, scandita non tanto
dalle sofferenze inflitte ai sovversivi sotto tortura quanto da
quelle patite dallo stesso carnefice nel suo tentativo di
purificazione.
È
proprio
a
Fortaleza, capitale dello stato del Ceará e porta
d’accesso per il Nordeste brasiliano più arido, il Sertão,
che
l’ordo mundi di
Carmélio
inizia a sgretolarsi, minato da un amore irrealizzabile e dal senso
di colpa innescato da un omicidio politico che è costretto a
compiere. Da Fortaleza Carmélio, Dorinha e altri due compagni
di “sventura” partono per un viaggio di redenzione nel Sertão
di Padre Cícero, figura di mistico rinnegata dalla Chiesa di
Roma ma che incarna perfettamente lo spirito religioso e le
contraddizioni socio-culturali del Brasile rurale.
Il
romanzo
di
Heloneida Studart ci ricorda che la dittatura brasiliana
non fu meno crudele dell’omologa argentina o cilena, ma soprattutto
che il rapporto tra vittima e carnefice può ribaltarsi da un
momento all’altro. Basta girare la scacchiera per decidere chi
muoverà le pedine nere e per far capire all’altro giocatore
che è spacciato.
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