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Il risvolto di copertina di Autopsia dell’ossessione, il nuovo romanzo di Walter Siti, parla del romanzo come della conclusione di una trilogia iniziata con Troppi paradisi (2006). Troppi paradisi, a sua volta, era definito la conclusione di una trilogia iniziata con Scuola di nudo (1994): il romanzo del 2006, dunque, si conferma come snodo fondamentale della pratica narrativa di Siti. Dopo Troppi paradisi (senza considerare Il canto del diavolo), Walter Siti non scrive più in prima persona. L’evoluzione cui si assiste leggendo di fila i tre romanzi della nuova “trilogia” è palese: nel primo un ormai anziano Walter trova il suo assoluto nella forma perfetta di Marcello, il culturista – idolo al centro della narrazione; Il contagio (2008) racconta di un Professore e dei suoi contatti con una borgata romana; si legge la devastazione di una “razza” che ha perso la propria purezza, con buona pace di Pier Paolo Pasolini, e si guarda da lontano l’arrancare, lento ma vitale, del Professore senza nome ma con una chiara identità. Autopsia dell’ossessione, invece, tiene Siti a distanza, lo inquadra da lontano senza mai immetterlo realmente nella scena: è una delle tante ossessioni del protagonista, ma quasi mai appare come personaggio “attivo”.
La narrazione è condotta in terza persona e racconta la storia di Siti e Marcello/Angelo dal punto di vista del rivale in amore di Walter, il “Principe” Danilo Pulvirenti: giovane rampollo della decaduta nobiltà modenese, omosessuale stretto da un legame sadomasochistico con la madre, che sceglie quasi inconsciamente di dissipare il proprio patrimonio in un negozio di antiquariato a Roma e nel consumo di quella «magnifica merce» che sono i culturisti. Un autentico doppelgänger di Siti: la perfetta commistione tra i desideri irrisolti di Walter (l’eleganza, la nobiltà, la ricchezza) e le sue più gravi debolezza (l’invidia, il desiderio di annullamento).
Con Danilo il protagonista di Troppi paradisi condivide moltissimo. Ciò che più salta all’occhio è il rapporto terribile con la madre, in entrambi i romanzi descritta come una presenza ossessionante e dannosa, amata e inevitabile. In entrambi i romanzi la madre muore, ma in Autopsia dell’ossessione la “liberazione” non avviene per cause naturali, e il risultato è la regressione all’infanzia del protagonista («ricominciamo dal silenzio», p. 290). Anche l’ossessione di Danilo per il corpo come perfezione artistica, qui espressa soprattutto tramite la riproduzione delle fotografie, è cosa già nota: nei suoi romanzi Siti ha sempre descritto, con precisione assoluta, scene di nudo artistico ed erotico come quelle che qui sono pubblicate. Più che La magnifica merce (2004), in cui ogni foto dava origine a un racconto, esempio supremo a mio parere è Scuola di nudo, che sin dal titolo gioca con le arti figurative. L’operazione di Siti, coraggiosa e sperimentale, non è che il tentativo di tendere all’estremo le sue idiosincrasie.
Tutto fa sì che, leggendo di Danilo Pulvirenti, non si possa non pensare all’autofiction “Walter Siti”. “Mi chiamo Danilo Pulvirenti, come tutti”, insomma. E qui veniamo al punto: più che parti di una nuova trilogia, Troppi paradisi e Autopsia dell’ossessione sarebbero da considerare insieme e specularmente; lo stesso libro da due diversi punti di vista. Tutto contribuisce a creare questo effetto: le copertine, una bianchissima con una finestra aperta sul cielo e una nera con un corpo che si racchiude su se stesso; la scelta del cambio totale di prospettiva con una storia che, tutto sommato, poteva essere quella del solito Walter; il richiamo costante a Troppi paradisi, latente ma più che visibile; la scrittura stessa. Autopsia dell’ossessione mischia la narrazione a degli incisi dal sapore barthesiano (proposizioni 0 – 23), i quali, oltre ad essere forse la parte migliore del libro, ne costituiscono la vera autopsia: non sono ad esso direttamente riferiti, ma rappresentano l’ascesa, il culmine e la curva discendente dell’ossessione, la ricerca dell’assoluto.
È dunque il titolo la parte più importante del romanzo. Ci anticipa, a carte scoperte, che dentro il libro non si troverà nient’altro che una mise en abîme della narrazione sitiana: arrivata al proprio culmine, con l’ammissione finale di Troppi paradisi, non può che contemplare se stessa, ed analizzarsi in ogni aspetto (visivo, teorico, artistico), andando fino in fondo e dichiarando la propria morte. Eppure questa tesi, portata avanti fino all’ultimo capitolo del romanzo, non è accettata da Siti stesso, che, vittorioso nel conflitto con Danilo, si mostra sopravvissuto e appagato in un epilogo dal sapore sarcastico.
Tutto bene, insomma: eppure gli artifici sono troppo scoperti; la prosa di Siti – quella incredibile mimesis di generi (dal comico al tragico, dal lirico al prosaico) – è molto indebolita e certi spunti, come la costante associazione del Rivale a Berlusconi nella mente di Danilo, non vengono portati abbastanza all’estremo perché possano avere un effetto forte e traumatico come avveniva invece in Troppi paradisi. Autopsia dell’ossessione appare un lucidissimo riepilogo di tutto ciò che Siti ha scritto in precedenza, ma da un punto di vista obitoriale: distaccato, freddo, quasi disilluso ormai.
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