|
Dopo Troppi
paradisi
e Il contagio, Autopsia dell’ossessione chiude la
trilogia di Walter Siti. Già nel titolo accattivante c’è
un accenno voyeuristico da non trascurare: l’etimologia greca
rimanda infatti al significato di «vedere con i propri
occhi»,
compiere un’operazione di analisi accurata su un corpo privo di
vita. È proprio alla morte dell’ossessione, vera
protagonista dei tre romanzi, che assistiamo attraverso gli occhi di
Danilo Pulvirenti: un maturo antiquario ricco, colto, dotato di una
certa sobrietà comportamentale così come di una
sciatteria esistenziale, annoiato, caustico, insoddisfatto; dai
burrascosi rapporti con una madre a tratti perfida eppur
visceralmente adorata, dal racconto della giovinezza in una Modena
anni sessanta, fatta di scioperi, quotidianità borghese e
cinematografia italiana, dalle sue flâneries tra una
Parigi adolescenziale, che condivide alcuni sapori dell’Arbasino di Parigi
o cara, e una Berlino adulta e sadomaso,
emerge il
ritratto di un uomo un po’ camp e molto blasé,
cresciuto tra le ottime opportunità che il proprio status
sociale gli offriva, in attesa di essere abbastanza âgé
da potersi dire di averle ormai sprecate quasi tutte.
Quasi,
perché
lentamente, lontano dalla madre esigente e vorace, riesce ad aprire
una piccola galleria d’arte nella capitale romana. Il mondo degli
oggetti d’antiquariato è un primo rifugio dalla vita
esterna: profuma di prestigio, simboleggia una fuga nel passato e
aiuta, parafrasando Francesco Orlando, a spacciare il non-vissuto per
vissuto. Il secondo rifugio, metafora stessa dell’ossessione
erotica, è quella che il suo amico Giulio chiama «la
stanza di Barbablù»:
un
locale
consacrato all’esposizione delle foto di Angelo, il
culturista di borgata. Lo conosciamo, si diranno ora i lettori di
Siti, è cambiato soltanto il nome: Angelo è il Marcello
dei due precedenti romanzi. Se è vero che più di un fil
rouge collega questo agli altri due atti della trilogia,
l’Autopsia è caratterizzata da alcune novità:
innanzitutto, l’ossessione di Danilo per il culturista è
principalmente fisica, tende a tenersi lontana da un coinvolgimento
completo pur trasformandosi in un maniacale desiderio di possesso, a
testimonianza dell’unica vittoria ch’egli abbia ottenuto sulla
madre; Danilo è «un
dominatore
affamato
di dipendenza».
In
questo senso è quasi profetico il libro che, in gioventù,
la Gallimard gli aveva proposto di tradurre: in La monnaie vivante
di Pierre Klossowski il corpo è visto come nuovo prodotto
industriale; Angelo sarà per lui quella «magnifica
merce» che già
dava il titolo a una precedente raccolta di racconti dell’autore.
In secondo luogo, l’ormai noto personaggio del professore/scrittore
compare stavolta a narrazione inoltrata, come rivale un po’
alter-ego del protagonista, offrendo così al lettore navigato
una prospettiva ribaltata.
Oltre a
queste due
novità narrative, Walter Siti ci offre anche due vere e
proprie trovate: l’eco voyeuristica del titolo ha infatti un senso
metaletterario, poiché il romanzo è fornito di un
apparato fotografico (in cui Angelo è ritratto più o
meno artisticamente, più o meno eroticamente), che diventa,
per Danilo, occasione di ricordo e commento. Inoltre, il testo è
disseminato di proposizioni teoriche in cui, prendendo spunto dalle
occasioni narrative, Siti immortala l’ossessione in brevi ritratti
dalle sonorità barthesiane.
Un’ossessione
che
trova numerosi suggerimenti mimetici: con una marcata attitudine
trasfigurativa, attingendo ora alla mitologia greca, ora alla pittura
cinque-seicentesca, Danilo osserva le declinazioni del mito,
incarnato nel corpo dell’amante. Lo infastidisce tutto ciò
che non è sublimato: Angelo ammalato non gli interessa,
l’«allucinante
pellegrinaggio» in
borgata lo traumatizza; il culturista gli piace soltanto «quando
dimentica le bave dei drogati e le battute in romanaccio»,
e il suo piede alzato ricorda Galatea che sfiora la spuma del mare.
Alternanze
di flashback,
commenti di foto e annotazioni teoriche conferiscono al testo un
ritmo frammentato che, sebbene indebolisca in parte la prosa, risulta
congeniale a una soggettività qui più marcata. Se nella
prima parte si indugia un po’ troppo nei vari pellegrinaggi del
vizio, nella seconda si delinea lentamente
l’opposizione/sovrapposizione tra i «bisogni
complementari» del
protagonista che fanno da materia prima al romanzo: Angelo e la
madre. Nel momento in cui l’uno diventa impossibile da soddisfare,
anche l’altro va soppresso: «Quando
nessuno
mostra
di esserne all’altezza, l’ossessione si autoesilia
in attesa di tempi migliori. Il conflitto tra barbarie e civiltà
è reso ambiguo dal fatto che ciascuno dei due termini contiene
in sé i germi dell’altro».
|