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Autopsia dell'ossessione

di Walter Siti
Milano: Mondadori 2010

(di Ornella Tajani)

Dopo Troppi paradisi e Il contagio, Autopsia dell’ossessione chiude la trilogia di Walter Siti. Già nel titolo accattivante c’è un accenno voyeuristico da non trascurare: l’etimologia greca rimanda infatti al significato di «vedere con i propri occhi», compiere un’operazione di analisi accurata su un corpo privo di vita. È proprio alla morte dell’ossessione, vera protagonista dei tre romanzi, che assistiamo attraverso gli occhi di Danilo Pulvirenti: un maturo antiquario ricco, colto, dotato di una certa sobrietà comportamentale così come di una sciatteria esistenziale, annoiato, caustico, insoddisfatto; dai burrascosi rapporti con una madre a tratti perfida eppur visceralmente adorata, dal racconto della giovinezza in una Modena anni sessanta, fatta di scioperi, quotidianità borghese e cinematografia italiana, dalle sue flâneries tra una Parigi adolescenziale, che condivide alcuni sapori dell’Arbasino di Parigi o cara, e una Berlino adulta e sadomaso, emerge il ritratto di un uomo un po’ camp e molto blasé, cresciuto tra le ottime opportunità che il proprio status sociale gli offriva, in attesa di essere abbastanza âgé da potersi dire di averle ormai sprecate quasi tutte.

Quasi, perché lentamente, lontano dalla madre esigente e vorace, riesce ad aprire una piccola galleria d’arte nella capitale romana. Il mondo degli oggetti d’antiquariato è un primo rifugio dalla vita esterna: profuma di prestigio, simboleggia una fuga nel passato e aiuta, parafrasando Francesco Orlando, a spacciare il non-vissuto per vissuto. Il secondo rifugio, metafora stessa dell’ossessione erotica, è quella che il suo amico Giulio chiama «la stanza di Barbablù»: un locale consacrato all’esposizione delle foto di Angelo, il culturista di borgata. Lo conosciamo, si diranno ora i lettori di Siti, è cambiato soltanto il nome: Angelo è il Marcello dei due precedenti romanzi. Se è vero che più di un fil rouge collega questo agli altri due atti della trilogia, l’Autopsia è caratterizzata da alcune novità: innanzitutto, l’ossessione di Danilo per il culturista è principalmente fisica, tende a tenersi lontana da un coinvolgimento completo pur trasformandosi in un maniacale desiderio di possesso, a testimonianza dell’unica vittoria ch’egli abbia ottenuto sulla madre; Danilo è «un dominatore affamato di dipendenza». In questo senso è quasi profetico il libro che, in gioventù, la Gallimard gli aveva proposto di tradurre: in La monnaie vivante di Pierre Klossowski il corpo è visto come nuovo prodotto industriale; Angelo sarà per lui quella «magnifica merce» che già dava il titolo a una precedente raccolta di racconti dell’autore. In secondo luogo, l’ormai noto personaggio del professore/scrittore compare stavolta a narrazione inoltrata, come rivale un po’ alter-ego del protagonista, offrendo così al lettore navigato una prospettiva ribaltata.

Oltre a queste due novità narrative, Walter Siti ci offre anche due vere e proprie trovate: l’eco voyeuristica del titolo ha infatti un senso metaletterario, poiché il romanzo è fornito di un apparato fotografico (in cui Angelo è ritratto più o meno artisticamente, più o meno eroticamente), che diventa, per Danilo, occasione di ricordo e commento. Inoltre, il testo è disseminato di proposizioni teoriche in cui, prendendo spunto dalle occasioni narrative, Siti immortala l’ossessione in brevi ritratti dalle sonorità barthesiane.

Un’ossessione che trova numerosi suggerimenti mimetici: con una marcata attitudine trasfigurativa, attingendo ora alla mitologia greca, ora alla pittura cinque-seicentesca, Danilo osserva le declinazioni del mito, incarnato nel corpo dell’amante. Lo infastidisce tutto ciò che non è sublimato: Angelo ammalato non gli interessa, l’«allucinante pellegrinaggio» in borgata lo traumatizza; il culturista gli piace soltanto «quando dimentica le bave dei drogati e le battute in romanaccio», e il suo piede alzato ricorda Galatea che sfiora la spuma del mare.

Alternanze di flashback, commenti di foto e annotazioni teoriche conferiscono al testo un ritmo frammentato che, sebbene indebolisca in parte la prosa, risulta congeniale a una soggettività qui più marcata. Se nella prima parte si indugia un po’ troppo nei vari pellegrinaggi del vizio, nella seconda si delinea lentamente l’opposizione/sovrapposizione tra i «bisogni complementari» del protagonista che fanno da materia prima al romanzo: Angelo e la madre. Nel momento in cui l’uno diventa impossibile da soddisfare, anche l’altro va soppresso: «Quando nessuno mostra di esserne all’altezza, l’ossessione si autoesilia in attesa di tempi migliori. Il conflitto tra barbarie e civiltà è reso ambiguo dal fatto che ciascuno dei due termini contiene in sé i germi dell’altro».


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Come citare questa pagina: O. Tajani, «Recensione a Autopsia dell'ossessione», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 9 gennaio 2011, <http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/Siti_Autopsia.htm>, consultata il...




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