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Noir

di Robert Coover
Paris: Seuil 2009


(di Carlo Tirinanzi De Medici)
L’ultimo libro di Robert Coover, romanziere molto apprezzato all’estero ma praticamente sconosciuto al pubblico italiano (gli unici due libri reperibili in italiano sono Sculacciando la cameriera e La babysitter, entrambi usciti per Guanda, rispettivamente nel 1982 e nel 2004), pubblica ora Noir con una mossa abbastanza curiosa, facendolo uscire in francese, nella traduzione dall’inglese americano di Bernard Hœpffner, prima che in versione originale (attesa 2010).
Noir è sia il nome del protagonista che un’indicazione di genere: il romanzo racconta la storia di un detective privato, Phil M. Noir, appunto, alle prese con l’omicidio di una sua cliente e la successiva scomparsa del cadavere di questa. La trama, così come l’ambientazione (una città intricata e misteriosa puntuata di bar malfamati e clubs) e come i personaggi (il commissario Blue, che ha in antipatia Noir e cerca di mandarlo sulla sedia elettrica ad ogni occasione; la segretaria di Noir Blanche che si prende cura del detective; la quasi-fidanzata dai facili costumi di Noir, Flame; Joe il barista, il poliziotto Stark che fornisce informazioni all’amico Noir all’insaputa di Blue…) sono un campionario di luoghi comuni dell’hard boiled. In francese, appunto, noir. E Phil Noir è il classico detective alla Humphrey Bogart: impermeabile, completo gessato, cravatta, l’immancabile borsalino. Ma lo è solo in apparenza, dato che ogni sua mossa finisce male, ogni deduzione è erronea, ogni indizio lo conduce fuori strada. Ma non si tratta solo di una parodia del genere di maggior successo commerciale degli ultimi decenni, Noir sfrutta solo le apparenze del genere. La trama si complica non tanto per via dei morti che si accumulano, e che Blue cerca di appioppare al detective per poterlo infine friggere sulla sedia elettrica, quanto per le continue svolte della scrittura che sfruttano al massimo le potenzialità del montaggio, alternando scene, ricordi, racconti, pensieri, sogni senza soluzione di continuità (il libro non ha capitoli) e dando così un’impressione di contemporaneità del non-contemporaneo. Tale sensazione è rafforzata dalla scelta di narrare al presente, con un’insolita seconda persona singolare (il narratore si rivolge al detective). Aumenta la confusione nel lettore l’assenza di elementi tipografici a segnare i dialoghi. Sembra che Coover voglia seppellire la storia sotto cumuli di altre storie, in una febbre narrativa che si esaurisce in se stessa, mimando quella che sembra essere per l’autore l’essenza della nostra vita. E, come sempre, la città riflette la vita umana più di tutto: essa è incomprensibile, inenarrabile, confusa. Ci si perde e ci si ritrova solo per caso. Ma non è un libro apologetico: Noir sembra gridare contro la frammentazione del mondo, contro l’impossibilità di dare un senso complessivo, e dunque di valutare correttamente ogni singolo momento. Insomma, sembra quasi che Coover senta la mancanza di un’ideologia.
Il finale quasi comico, autentico dévoilement, rafforza l’impressione che l’importante era solo il viaggio, ogni singola tappa del viaggio: «il problema delle trame. Quando ci si è dentro, non si vede altro che il nodo più vicino».


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Come citare questa pagina: C. Tirinanzi De Medici, «Recensione a Noir», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 20 Luglio 2009, <http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/Noir.htm>, consultata il...



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