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Rui
è
un uomo grassottello, di mezza età, porta gli
occhiali e lavora come ricercatore presso la Facoltà di
Lettere di Lisbona. È un intellettuale comunista, figlio di
una famiglia dell’alta finanza portoghese, che vive con la sua
seconda moglie Marília in un appartamentino in rua Azedo
Gneco. La strada è lercia, sempre piena di spazzatura, i
palazzoni sono grigi e spogli, non si vede nemmeno uno stralcio di
fiume. Se solo si vedesse un po’ d’acqua dalla finestra,
entrerebbe in casa il luccichio del sole che si riflette sul Tejo. Ma
niente.
La
Lisbona di Lobo Antunes è sempre sporca, umida, decrepita,
arretrata e grottesca. I suoi abitanti sono vecchie zitelle ancorate
alle loro borsette, baristi lenti e cameriere sguaiate, giovani
intellettuali di sinistra con la barba lunga, ricchi uomini d’affari
che collezionano coccodrilli in piscina e signore ingioiellate che
masticano mentine giocando a poker in salotti verdi di fumo. Sono i
personaggi di un circo terrificante che si riuniscono attorno
all’unica vera attrazione, Rui, con la sua vita scomposta e
sbagliata. Rui è ossessionato dall’immagine del suo
funerale, ha una sensibilità esagerata e un’incurabile
nostalgia (che poi nel panorama portoghese è quasi una
malattia endemica, la famosa saudade):
la lacrima in tasca e il desiderio di possedere le cose e le persone
solo quando sono già irrimediabilmente perdute. Le delusioni
date ai genitori, l’incapacità di amare e farsi amare dalle
donne, il senso di colpa borghese e l'istinto di cercare negli
uccelli una possibile spiegazione.
Il
narratore salta da un punto di vista all’altro, prima quello di
Rui, poi quello del padre, della sorella che suona il piano, della
locandiera, del nano da circo, del cognato Carlos, del vicino di casa
e di Marília: come se i personaggi, riuniti nella sala di un
tribunale, si alzassero uno alla volta per raccontare la propria
versione dei fatti. Lobo Antunes, come un giocoliere, si destreggia
fra due, tre, a volte quattro registri diversi, passando dal ricordo
idilliaco dell’infanzia agli avvenimenti del presente, dai mondi
immaginati dal protagonista alle confessioni dei personaggi. La
complessità dello stile riproduce metaforicamente la
complessità dei sentimenti, dei ricordi e delle considerazioni
di un uomo maturo. La scrittura produce un vortice di parole,
immagini e voci, e al lettore, per tenersi a galla, occorre fermarsi
a respirare e tentare di ricostruire il percorso fatto, perché
non c’è niente di lineare né nei pensieri di un uomo
né nella storia di un popolo.
Scritto
nel 1981 a sei anni dalla fine della dittatura fascista di
António
de Oliveira Salazar, Spiegazione
degli uccelli
non può non essere letto anche in chiave storico-politica. Il
Portogallo che vi si rappresenta è ancora diviso fra una
classe dominante che sembra non essere cambiata di molto dopo la
dittatura, una classe popolare che vive isolata negli edifici
fatiscenti della periferia e un ristretto gruppo di intellettuali
rivoluzionari che si muovono alla cieca seguendo in parte,
ironicamente, l’esempio italiano («-
Senti mamma - argomentò lui - in Italia, per esempio, ci sono
un sacco di comunisti che vanno a messa».)
Rui incarna in pieno questo conflitto latente, con la sua
eredità
borghese e conservatrice e il suo comunismo incerto: è la
metafora di una generazione in bilico, che cerca la sua spiegazione.
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