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: Recensioni : Fuori a rubar cavalli
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Recensioni |
| Les
Années di Annie Ernaux Paris: Gallimard 2008 (di
Francesca Lorandini)
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| Da
più
di trent’anni Annie Ernaux sviluppa un progetto
autobiografico all’incrocio tra storia, sociologia e letteratura,
sorretto da una concezione della pratica letteraria mutuata da Michel
Leiris: letteratura come tauromachia,
gioco
mortale
e
immorale
di messa a nudo delle proprie ossessioni,
manie, vigliaccherie. Il nucleo biografico del primo libro (Les Armoires vides, 1974) permane
in tutti i testi successivi, in cui gli stessi eventi sono modulati in
nuove considerazioni. Gli stessi attori, affiancati da altri
personaggi, ritornano, le esperienze accumulate negli anni forniscono
materiale narrativo da sciogliere e declinare in relazione al passato.
Rimangono i segni indelebili delle percezioni infantili, delle
costrizioni sociali della vita in provincia. Con Les Années Annie Ernaux
supera la sterilità della prosa diaristica dei libri precedenti
grazie a un’architettura nuova, che le consente la rappresentazione di
«un’esistenza particolare sciolta nel movimento di una
generazione»: il racconto dettagliato del quotidiano lascia
spazio all’affresco. È il tentativo di un «romanzo
totale», che vuol far percepire il passaggio del tempo storico e
individuale per cogliere un residuo di realtà nella
molteplicità evanescente di oggetti, dettagli, ricordi. Due spinte opposte generano la tensione che si avverte alla lettura di questo libro costantemente in bilico tra memoria e oblio. La prima spinta – entropica, dispersiva – si fissa nella frase di apertura («tutte le immagini scompariranno»), nell’enumerazione caotica che occupa le prime pagine (il viso in lacrime di Alida Valli, una barzelletta, i volti pietrificati dei condannati in partenza per i campi di concentramento, un uomo incrociato per strada, una donna che orina), nelle liste di fatti, eventi storici e personali che hanno il sopravvento sulla continuità del racconto. Come se, di fronte all’inevitabile sparizione di ogni cosa, solo l’elenco (e non il racconto) garantisse la possibilità del ricordo. L’altra spinta – costruttiva – è cristallizzata nella struttura stessa del testo, in un’organizzazione formale forte che seleziona e dispone, riuscendo a definire un ordine. La descrizione di una fotografia color seppia dell’autrice neonata rompe l’accumulo incongruo di immagini delle prime pagine. La scena si sposta al rituale dei pranzi familiari e passa, infine, alla descrizione di alcuni momenti storici. È questo l’espediente narrativo che struttura tutto il libro: l’espansione graduale del punto di vista dalla vicenda individuale a quella collettiva. La descrizione, in terza persona, di una fotografia (o di un video amatoriale) dell’autrice in un determinato periodo apre una riflessione sulla memoria, sulla conoscenza di sé, sulla possibilità di raccontare il cambiamento, lo scorrere del tempo. La focalizzazione si allarga progressivamente fino ad ottenere un’istantanea generazionale in cui dimensione pubblica e privata si fondono nel “noi” narrante: titoli di canzoni e di romanzi, programmi televisivi, immagini cinematografiche si susseguono per ricostruire una memoria e un’identità collettive. E i segni dei cambiamenti, dei nuovi ideali e delle nuove contraddizioni, sono cercati nella lingua, nelle parole d’ordine che vengono imposte, negli anni, dalla stampa, dalla televisione, dalla pubblicità. Con questa «autobiografia impersonale» Annie Ernaux riesce a dare una forma convincente al disegno che ha sempre perseguito: condensare nella pagina scritta la mutazione storica e sociale, cercare nella propria esperienza un elemento sovrapersonale che permetta di decodificare un universo comune. Narrare il tempo passato in una struttura che lo contiene diventa così «strumento di lotta», unico mezzo di resistenza all’annullamento, alla sparizione definitiva. |
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| Come
citare questa pagina: F. Lorandini, «Recensione
a Les Années», 5 novembre 2010, Osservatorio sul
romanzo
contemporaneo:
http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/Lesannees.htm, consultato
il... |
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| Osservatorio sul
romanzo contemporaneo
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