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: Recensioni : La Tigre Bianca
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Recensioni |
La tigre biancadi Aravind AdigaTorino: Einaudi 2008 (di Silvia Annavini)
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Con il suo stile asciutto, diretto e, allo stesso tempo, coinvolgente Adiga ci introduce nel lato oscuro della parossistica e contraddittoria crescita economica indiana attraverso le vicende della Tigre Bianca, un imprenditore riuscito a riscattarsi da una degradante condizione di schiavitù uccidendo il proprio datore di lavoro. Nel corso delle sette lettere indirizzate ad un ministro cinese in visita a Bangalore, il protagonista ripercorre le tappe della propria ascesa sociale segnata dalla violenza e dalla corruzione. L’ autore conduce per mano il lettore dietro le quinte del boom economico-sociale indiano, smascherando il sistema delle caste («Per riassumere: ai vecchi tempi in India c’erano mille caste e mille destini. Adesso ci sono solo due caste: Uomini con Grandi Pance e Uomini con Piccole Pance. E due destini soltanto: mangiare o essere mangiati»); ironizzando sull’ipocrisia religiosa («Forse, Eccellenza,anch’io dovrei cominciare baciando il culo a qualche dio. Però il culo di quale dio? C’è l’imbarazzo della scelta. Vede, i musulmani hanno un solo dio. I cristiani hanno tre dei. E noi indù ne abbiamo 36 000 000. Per un totale di 36 000 004 culi divini fra cui scegliere»); mettendo in luce le illusioni della democrazia («Un politico alla radio diceva che è per questo che noi indiani avremo la meglio: magari non abbiamo le fognature, l’acqua potabile e le medaglie d’oro olimpiche, però abbiamo la democrazia. Se dovessi erigere una nazione, penserei prima alle fogne, poi alla democrazia, e solo alla fine distribuirei brochure e statuette di Gandhi ai visitatori»); svelando le radici dell’ascesa tecnologico-finanziaria («L’affidabilità dei servi è la base dell’intera economia indiana»). Questa volontà demistificatoria rischia, tuttavia, di appiattire ad una visione bidimensionale –ovvero, fra chi vive nella Luce e chi vive nelle Tenebre– un panorama come quello indiano caratterizzato, invece, da una complessa e proteiforme stratificazione sociale e culturale. Sin dalla prima pagina, l’obbiettivo è il di-svelamento del nuovo volto di una civiltà che dissimula dietro il velo mistico della tradizione una cruda legge tribale. I personaggi del romanzo, infatti, incarnano le caratteristiche degli animali da cui traggono il nome, in un paese in cui, fino alla dichiarazione d’indipendenza del ’47, vigevano le leggi dello zoo finché «le gabbie vennero aperte e gli animali presero ad aggredirsi e a sbranarsi l’un l’altro, e la legge della giungla soppiantò la legge dello zoo». Paradossalmente, l’ascesa sociale del protagonista costituisce l’elemento meno interessante del romanzo i cui pregi indiscussi risiedono, per contro, nell’originalità dei contenuti e nella capacità di porre in evidenza il relativismo dei valori in una società vittima di un’inconsapevole e corrotta evoluzione e in cui l’egoismo e il sangue freddo diventano strumenti necessari alla sopravvivenza degli ultimi. La tigre bianca sembra costituire un elemento di novità nell’ambito dell’emergente produzione romanzesca indiana contemporanea rivelando la capacità e il tentativo di raccontarsi, anche attraverso la letteratura, di un paese nel turbine di una veloce trasformazione sociale, culturale ed economica. |
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| Come
citare questa pagina: S. Annavini,
«Recensione a La tigre bianca», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 14 Settembre 2009,
<http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/UomoNelBuio.htm>, consultata il... |
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