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Trentatré anni, finlandese di origine estone, la pluripremiata rivelazione della narrativa nordeuropea Sofi Oksanen conduce una strenua lotta contro i pregiudizi xenofobi, omofobi e misogini: rancidi ma ancora, tristemente, radicati nella natìa Finlandia. Tuttavia la battaglia più difficile è quella contro la vergogna: quel sentimento di desolante fallimento di fronte all'ingiustizia che colpisce la vittima ma raramente sfiora il cuore del carnefice. È chiaro fin dalle prime battute del suo (quasi) autobiografico romanzo d'esordio Le mucche di Stalin (2003), inedito in Italia: la diffidenza del popolo finlandese nei confronti delle immigrate estoni, accusate di essere nient'altro che «spie sovietiche travestite», non è mai tossica quanto l'odio indotto nella protagonista verso le proprie radici. Più velatamente in Baby Jane (2005), delicato ritratto di un triangolo amoroso tutto al femminile, lo spettro di un eccessivo pudore si manifesta nella sofferenza claustrofobica degli attacchi di panico.
Nel suo terzo romanzo, che vi presentiamo, Sofi Oksanen sceglie, invece, di dare voce al dissimulato disagio dell'aguzzino, intrecciando, in maniera rischiosa ma riuscita, la tristemente nota parentesi delle purghe staliniane con l’abusato tema della rivalità tra donne. L'ambientazione è l' Estonia occidentale dei primi anni Novanta. Aliide Truu, vedova di un illustre ex membro della sezione locale del Partito comunista, vive da sola in campagna, custode rabbiosa di una dimora in cui aleggia ancora la felicità di qualcun altro, dato che per la sua non c’è mai stato spazio. I ragazzini del paese spaventano i suoi animali e prendono a sassate le sue finestre, scrivendole tibla, 'puttana russa', sulla porta di casa. Lei non si scompone, c’è di peggio nella vita, ne porta i segni sotto la pelle. Un mattino trova una strana ragazza male in arnese svenuta davanti a casa, Zara, la quale, a differenza di Aliide, i segni li porta chiaramente sulla fragile superficie del suo corpo. Ci si potrà fidare di una così? Sarà una ladra, o è davvero una sfortunata cameriera in fuga da un marito violento, dal quale ha imparato quell’estone stentato e stranamente famigliare? L’esperienza del dolore, della vergogna disperatamente taciuti, creerà empatia fra le due, nonostante la reciproca diffidenza. Aliide non vuole parlare di sé a Zara: sarebbe inutile ricordare il giorno in cui, sfruttando i venti avversi della Storia, ha tradito Ingel, sua sorella, il suo stesso sangue, per bieca gelosia. Zara, a sua volta, teme che rivelare il suo recente passato di prostituta possa costarle la già scarsa fiducia della taciturna padrona di casa. Oksanen ricostruisce il mosaico di due esistenze distanti solo in apparenza, seminando indizi con oculatezza, in modo da tenere l’attenzione del lettore sempre accesa. Due vite che scopriranno di avere radici comuni, attecchite nel terreno di un’Estonia che da cinquant'anni grida la sua sete di libertà. E che non conosce ancora il suo destino, proprio come le protagoniste. Forse c’è ancora speranza di redenzione per l’anziana vedova, forse c’è ancora speranza di un futuro radioso per la giovane fuggiasca: l’una si scoprirà essere responsabile per l’altra.
La traduzione italiana di Nicola Rainò non può, ovviamente, rendere conto della profonda affinità linguistica tra estone e finlandese. Non di meno rende giustizia alla veemenza espressiva dell'autrice. Come era già avvenuto, in parte, con Le mucche di Stalin, pubblico e critica all'inizio sono rimasti spiazzati, ma non hanno potuto fare a meno di apprezzare lo stile narrativo schietto, irruente, scevro di eufemismi che caratterizza questo romanzo. Ogni cosa, infatti, viene evocata sulla pagina attraverso il proprio nome, anche quando esso è volgare e disgustoso; forme e reazioni del corpo, umano e non, vengono descritte sotto una luce implacabile. Una cura da cavalli per debellare l'illogica infamia che annichilisce le vittime di altrettanto illogici preconcetti. |