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Home : Recensioni : Il filo del male

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Il filo del male

di F. Fiorentino e C. Mastelloni
Venezia: Marsilio 2010


(di Ornella Tajani)
Se solitamente aprite un giallo per lasciarvi sedurre dal detective di turno, inquieto e affascinante come Fabio Montale, irresistibilmente intrattabile come Salvo Montalbano, o gourmet dalle piromanie bradburiane come Pepe Carvalho, non leggete “Il filo del male” (Marsilio). Augusto Trani, protagonista del romanzo d’esordio di Francesco Fiorentino, docente di letteratura francese, e Carlo Mastelloni, procuratore della Repubblica aggiunto, esula da questi cliché: i due autori, entrambi partenopei e legati da amicizia di lunga data, ci presentano un colonnello serio e taciturno, un agente segreto che poco somiglia al celebre eroe di Ian Fleming, ironico e con la battuta sempre pronta sulle labbra. Ebreo, figlio di un piccolo gerarca fascista, Trani si trova a far ritorno nella sua città natale, abbandonata molti anni prima e con la quale ha ancora dei conti in sospeso, per indagare sull’omicidio della giovane figlia del sindaco, uccisa nel condominio di lusso in cui risiedeva. Il romanzo è strutturato in cinque capitoli, corrispondenti a cinque giornate: da quel crocevia narrativo che sempre attende il lettore dopo un delitto, il filo della trama si sviluppa e si attorciglia senza fretta, proponendo ad ogni ipotesi di scioglimento nodi nuovi e via via più difficili da individuare. Palcoscenico delle indagini è la Trieste degli anni cinquanta, catturata nel mese di marzo, in quel periodo in cui “si sta per valicare quel confine decisivo tra la fine umida dell’inverno e l’umido inizio della primavera”: una città polverosa, di periferia, dove il mare compare soltanto in lontananza, come una speranza persa, e in cui poco resta della “scontrosa grazia” di cui parlava Saba, lasciando invece spazio a quell’aria “strana e tormentosa” tanto familiare anche a Trani. La scelta dell’ambientazione nel capoluogo friulano ha tuttavia motivazioni prevalentemente storiche: all’indomani della guerra, a Trieste più che mai si intuisce che la pace è illusoria. Il delitto diventa così un pretesto per scoprire altre ferite, nuove e più profonde, da cui la città, e l’Italia del dopoguerra, stenterà a guarire.
Molto ricercata è la ricostruzione degli ambienti del tempo: nelle “stanze di una solidità sepolcrale” di Giuseppe Pascale si nota l’attenzione agli arredi, gli abiti sono spesso descritti minuziosamente e i vari personaggi, anche quelli minori, si prestano a caratterizzazioni sapienti, come il commissario Pirro “dall’eleganza di certi santi barocchi”, o il cameriere che sfoggia “la dignità lugubre di un ministro luterano”. Lo stile, che fonde e confonde le quattro mani degli autori, è accurato ma, al tempo stesso, asciutto e preciso come quello dello stesso protagonista e si abbina ad uno sfondo che non ruba mai la scena all’intreccio: come in ogni giallo che si rispetti, la sola cosa che conta è non perdere il filo, seguirlo fino in fondo e deporre l’idea che la fine di un romanzo comporti sempre il diradarsi di tutte le nebbie.


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Come citare questa pagina: Ornella Tajani, «Recensione aIl filo del male» 5 ottobre 2010, Osservatorio sul romanzo contemporaneo: http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/Ilfilodelmale.htm, consultato il...



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