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Il viaggio dell'elefante

di José Saramago
Torino: Einaudi 2009


(di Silvia Annavini)
Northrop Frye nel suo celeberrimo Anatomy of Criticism afferma che il presupposto della narrazione letteraria è il compromesso che lo scrittore istituisce con il proprio lettore. Fondamento imprescindibile della letteratura non è, infatti, secondo Frye, la veridicità ma piuttosto il diletto che deriva dall’accettazione di questo compromesso. Il viaggio dell’elefante pubblicato in Portogallo nel 2008 ed edito da Einaudi quest’anno,  mostra, ancora una volta, come Saramago sia completamente consapevole del privilegio che Frye accorda ad ogni narratore di poter ignorare la realtà, di poter sottomettere il principio di verità a quello dell’intrattenimento. Come era già accaduto ne La storia dell’assedio di Lisbona, Saramago si pone fuori dal cerchio inscalfibile del tempo storico, valutando la possibilità sia umana che letteraria dell’eccezione. Questa caratteristica, però, sembra andare ben al di là dell’esplorazione narrativa della fabula e si concretizza, piuttosto – come è possibile notare anche nei romanzi più recenti (Le intermittenze della morte)– come un marchio di fabbrica e, allo stesso tempo, come un consolidato esercizio di stile delle ormai consolidate e celebrate capacità dello scrittore portoghese. La storia del pachiderma che dal recinto di Belém giunge fino a Vienna si realizza attraverso una  microepopea umana e, allo stesso tempo, come una contro epopea (terrestre) portoghese, con tanto di miracolo finale dell’elefante Salomone, attraverso una meticolosa minuscolizzazione ed umanizzazione della Storia. Come sovente accade nei romanzi di Saramago il germe dell’ironia si identifica e finisce per coincidere con la natura stessa della narrazione schematizzandosi, in questo caso, in una dicotomia contrastiva fra Storia intesa come cronaca di eventi e storia in quanto narrazione. Come afferma egli stesso in una sorta di dichiarazione di poetica: «In fondo, c’è da riconoscere che la storia non è solo selettiva ma anche discriminatoria, della vita coglie solo ciò che le interessa come materiale socialmente ritenuto storico e disprezza tutto il resto, proprio là dove forse si potrebbe trovare l’autentica spiegazione dei fatti, delle cose, della poca realtà. In verità vi dirò, in verità vi dico che vale di più essere romanziere, narratore, menzognero». (Saramago, 2009)
È quindi possibile ricondurre Il viaggio dell’elefante all’ipotesi delineata da Frye secondo la quale ogni scrittore ci parla sempre e comunque della propria opera, tentando di infiltrarsi possibilmente – secondo il monito eliotiano – nella lunga fila della tradizione apportandone un piccolo dettaglio che rivelerà nel corso del tempo il proprio contributo di variazione, la propria modernità, il segno inconfondibile della propria originalità. Saramago sembra, infatti, voler condividere con il lettore il privilegio di cui può godere ogni scrittore: la possibilità di ridurre le dimensioni della realtà a quelle dell’invenzione, di sottomettere la verità all’irrealtà, la certezza all’ipotesi. In tal modo, egli non si riallaccia soltanto a Frye che ci rammenta che chi scrive, avendo a che fare con il mito e l’immaginario sia fondamentalmente menzognero ma anche e soprattutto al suo ancor più celebre conterraneo Fernando Pessoa il quale non solo affermò che “il poeta è un fingitore”  ma, soprattutto, che il suo desiderio più grande era «essere un creatore di miti», intendendo con questo termine, proprio come Frye, il mythos, la fabula, le infinite possibilità della narrazione che sono «il mistero più alto che si possa compiere per l’Umanità».


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Come citare questa pagina: S. Annavini, «Recensione a Il viaggio dell'Elefante», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 18 Luglio 2009, <http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/IlViaggioDellElefante.htm>, consultata il...



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