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Home : Recensioni : Frank Capra non era un mafioso

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Frank Capra non era un mafioso

di Francisco Moita Flores e Antonio Sousa Duarte
Roma: Cavallo di Ferro 2009


(di Riccardo Greco)


«Sei solo chiacchiere e distintivo,
chiacchiere e distintivo,
solo chiacchiere e distintivo!»

(Al Capone-Robert de Niro,
in
Gli intoccabili 1987)

Strano ma vero, quasi in concomitanza con l’edizione portoghese, esce in Italia il romanzo Frank Capra non era un mafioso. Una storia che nasce dall’incontro tra la penna di Francisco Moita Flores, scrittore affermato ed ex poliziotto, e il fiuto per l’indagine di António de Sousa Duarte, già noto per le sue ricerche su grandi personaggi della Storia. Il risultato del connubio è un affresco dell’America d’inizio Novecento nella quale emerge la figura del giovane Frank Capra, premiato, dopo rocambolesche vicende, dal successo dei suoi film.
A fare da sfondo alla narrazione ci sono due mondi complessi e fatalmente uniti: l’America, con la sua New York in continua espansione, simbolo d’acciaio e vetro della Terra Promessa, e la Sicilia, isola poverissima ancora legata ai commerci di limoni e alla pastorizia, dove le donne sono vestite di nero e gli uomini si accoltellano all’osteria di paese. Alcuni personaggi sembrano usciti dalle grandi pellicole di Martin Scorsese, Brian De Palma o Sergio Leone, e nel coro della Little Italy sono almeno tre le voci che spiccano: il poliziotto Giuseppe “Joe” Petrosino, il boss della mafia Vito Cascio Ferro e, ovviamente, Francesco “Frank” Capra.
Il piccolo Capra, di soli sei anni, s’imbarca con la famiglia sul Germania stipato di emigranti diretti in America. Sulla nave viaggia anche don Vito Cascio Ferro, concittadino dei Capra a Bisacquino, ufficialmente commerciante arricchito, ma in verità inventore del pizzo e mandante dell’omicidio del suo nemico giurato, Joe Petrosino, l’implacabile poliziotto eroe di questo romanzo.
Il primo capitolo si apre con la scena della Cavalleria rusticana di Mascagni in cui Alfio deve uccidere Turiddu per lavare il proprio onore dall’onta dell’adulterio. Al  Metropolitan di New York siedono sia don Vito Cascio Ferro che Joe Petrosino. Ma mentre il primo, con le lacrime agli occhi, elogia i due uomini d’onore definendoli dei “veri siciliani”, il poliziotto cerca di comprendere attraverso i personaggi la natura stessa dei mafiosi: sanguinaria, bizzarra e meschina. Il romanzo è fittissimo di riferimenti alla musica classica e lirica, con un corpus di citazioni che costituisce una sorta di paratesto e che trova la sua climax nel funerale di Joe Petrosino scandito dal Requiem di Verdi.
A quest’opera, si potrebbe adattare la critica che Paolo Mereghetti fece del film Quei bravi ragazzi quando lo descrisse come un «flusso di immagini costruite con esattezza documentaristica e montate su una colonna sonora ininterrotta, dove canzoni, voci fuori campo, dialoghi, spari e boati si sovrappongono in modo stupefacente e mozzafiato».


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Come citare questa pagina: R. Greco, «Recensione a Frank Capra non era un mafioso», Osservatorio sul romanzo contemporaneo, 20 Luglio 2009, <http://romanzo.lett.unitn.it/recensioni/FrankCapraNonEraUnMafioso.htm>, consultata il... 



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